Per fare della visione dall’alto il proprio punto di vista permanente – 2
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Le persone vedono riflesse negli altri le parti morbide del profondo del proprio cuore
Allora, per fare propria la visione dall’alto e renderla il proprio punto di vista permanente, che cosa bisogna tenere a mente e mettere in pratica concretamente?
È ciò che vi trasmetto sempre: non fermarsi a dare la colpa alla società o agli altri per ciò che si è provato verso il mondo al di fuori del corpo fisico, ma rivolgerlo di nuovo verso il proprio cuore e riconoscere chiaramente la vera causa che stava in sé (il motivo per cui lo si è provato).
Vale per chiunque: l’essere vivente chiamato uomo non può provare nel mondo al di fuori del corpo fisico nulla la cui causa non stia dentro di sé.
Il fatto stesso di aver provato qualcosa è la prova che si sta provando la propria interiorità riflessa.
Per esempio, capita che una cosa che A fa a B e a cui B non fa alcun caso, se A la fa a C, offuschi gravemente il cuore di C e ne sconvolga i pensieri.
In un caso del genere si può dire: «Nel cuore di B non c’era una causa a cui impigliarsi, ma nel cuore di C c’era».
I punti morbidi, che si potrebbero chiamare le corde del cuore, sono diversi da persona a persona.
Le persone vedono riflesse negli altri le parti morbide del profondo del proprio cuore.
Si può dire che siano le parti del cuore non ancora allenate, oppure che ci siano zone del cuore in cui la luce della vita non arriva a sufficienza; si può anche chiamarle l’oscurità del cuore.

La vera natura degli attaccamenti
Ogni evento, ogni cosa spirituale e materiale, ha qualità yin e yang che si potrebbero chiamare gli elementi che la fanno esistere, e quando quell’equilibrio è in disarmonia, ci sentiamo impigliati nei movimenti della società o nelle parole e nelle azioni degli altri.
Quelle qualità yin e yang sono come gli ioni positivi e negativi degli elementi della vita, che si trovano una decina e più di livelli più in profondità dell’atomo.
Questo «stato in cui l’equilibrio di yin e yang negli elementi della vita si è rotto» si chiama «attaccamento».
Visto in superficie, l’attaccamento è il nodo di pensieri del tipo di cui parlo sempre: «convinzioni», «fissazioni», «giudizi affrettati» e «attaccamenti».
Se si guardano con l’occhio del cuore, dentro il cuore, quei pensieri provati verso gli altri, si vedono un sé che fa la parte di chi fa del male e un sé che fa la parte della vittima, che stavano in un luogo in cui la luce della vita non arrivava.
Per esempio, se le emozioni si sono agitate perché un altro ha detto qualcosa di spiacevole, significa che si stava facendo la stessa cosa a se stessi.
E ancora, il fatto che si stesse facendo la stessa cosa a se stessi significa che allo stesso tempo esisteva anche un sé che subiva la stessa cosa da se stesso.
Quando si scoprono contemporaneamente questi due sé, yin e yang, li si abbraccia in silenzio.
Si spalancano le braccia del cuore e, senza prendere le parti di nessuno dei due, si amano con tenerezza allo stesso modo il sé che fa la parte di chi fa del male e il sé che fa la parte della vittima.
Si rivolgono loro parole del cuore come: «Scusami se non me ne sono accorto. È stata dura, vero? Hai sofferto, vero? Ma va tutto bene. Ora va tutto bene…».
Così entrambi i sé possono essere liberati nello stesso momento.
Quei pensieri irrisolti erano proprio la vera natura degli attaccamenti.
(Continua la prossima volta)






